Dalla playstation al calcio balilla, Renzi è ormai prigioniero del suo format [di Alessandro De Angelis]

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L’Huffington Post 28/07/2015. Ve la dico, provocatoriamente, con una domanda: ma voi ve lo immaginate (per esempio) Enrico Berlinguer (per esempio) nelle settimane difficili delle contestazioni a Lama rinunciare al suo discorso sull’austerità e andare a giocare a bocce con Tonino Tatò, al Festival dell’Unità, facendosi fotografare? O (per esempio) nei giorni caldi delle contestazioni a sinistra del ’77 evitare il discorso finale della Festa dell’Unità di Genova, quello del “non saranno questi untorelli a spiantare Bologna“, per farsi uno scopone scientifico con Zangheri, con tanto di foto a piazza Maggiore a Bologna?

E allora, ecco la domanda senza alcuna provocazione: è immaginabile che di fronte alla ferita – sì: democratica e civile – che fa sanguinare Roma, di fronte all’immagine della capitale del paese come una cloaca massima, dove fuori dal Palazzo c’è l’immondizia finita sulla prima pagina del New York Times, dentro c’è quella finita nelle carte di Pignatone, dicevo: è immaginabile che un leader della sinistra come Renzi rinunci al comizio finale alla Festa dell’Unità e si faccia fotografare mentre gioca a calcio balilla? Qui non è in discussione il perché lo faccia: per paura delle contestazioni (di chi? Della destra, di pezzi di partito infiltrato, o di cittadini che, semplicemente, hanno voglia di urlare?) o per trovata tattica perché, in tal modo, come ama dire, “non mette la faccia su Marino” e sulla sua nuova giunta.

E già questo è un risultato paradossale, perché a forza di non mettere la faccia, ad esempio, su De Luca (e poi ritrovarselo) o, ad esempio, su Crocetta (e non sapere che fare) e su Marino (che avrebbe cacciato tranne poi cedere alla resistenza di Orfini) Renzi pare un segretario a “sua insaputa” di un partito, che è un po’ come se, in una qualunque persona, la testa non controllasse dove le gambe lo portano.Qui non è (solo) in discussione questo. È in discussione ben altro. Ed è il tipo di cultura politica di Renzi. Detta meglio: qui si misura la sua statura e la sua maturità da leader. O la sua immaturità. Dico subito come la penso: Matteo appare come un “adolescente” prigioniero del suo format. Ecco che quando va in visita alla Casa bianca si mette a fare jogging proprio come Frank Underwood in un episodio di House of Cards.

Ed ecco che, dopo le regionali andate male, vola ad Herat per sviare l’attenzione, sempre come Frank dopo le elezioni (andate male) di mid term. Ora: non è dato sapere che cosa avrebbe fatto Underwood se Washington avesse rischiato lo scioglimento per mafia, se una foto con in mano una mazza da baseball o se avrebbe tentato di sviare l’attenzione con un viaggio all’estero. È certo, però, che siamo di fronte al primato del format della realtà. E, dietro i simboli da adolescenti da film di Muccino, dalla playstation della sera delle elezioni al biliardino, mal si nasconde, anzi si manifesta – in tutta la sua superficialità – una cultura politica, perdonatemi la brutalità, inadeguata al ruolo.

Domando: ma che cosa è Roma, e il significato di questa storia in termini di Pil, di immagine, di cultura della legalità, di danno alla democrazia, se non una grande “questione nazionale“? Come lo era l’immondizia di Napoli che devastava l’immagine dell’Italia del mondo. Davvero si può pensare che, Marino o non Marino, Roma sia una questione locale da cui un leader della sinistra può tenersi alla larga, per paura di una contestazione o per calcolo tattico, o per paura e basta? Non sono stati forse all’opera, a Roma, degli untori che hanno portato una “peste” nel tessuto civile della città? Untori contro cui ci si sarebbe aspettati un parola dal palco della festa del suo partito e della sua comunità da un leader della sinistra? O qualcuno, tra una partita a biliardino con Orfini e una puntata di House of Cards, vuole convincerci che Hollande, di fronte a Parigi in mano alla mafia, avrebbe detto “è un caso locale“? E lo stesso avrebbe fatto la Merkel a Berlino?

Suvvia, entrambi si sarebbero fatti carico del problema. E qui siamo al punto, che caratterizza la leadership di Renzi. L’ossessione – narcisistica – del consenso sostituisce, sempre di più, il principio di realtà e la connessione sentimentale col suo “popolo“. In fondo per Renzi la festa dell’Unità non è il luogo di una comunità di valori, sentimenti, storie, sedimentazioni profonde che lui interpreta, è solo un set come un altro, come una ospitata da Vespa o da Del Debbio, un luogo per fare “titolo“, non per rassicurare, ascoltare, condividere. Proprio perché come una ospitata, come tutte le ospitate si può disdire.

Come si può disdire tutto. In questi mesi Renzi ha evitato di andare nei luoghi del dolore come Genova (per paura di contestazioni) dopo l’alluvione (e poi ha perso le elezioni), si è tenuto alla larga dalle fabbriche e dai lavoratori in carne ed ossa limitandosi a interpretare un ruolo (vecchio) di fustigatore dei sindacati, né ha lasciato non solo una traccia di risultato politico ma anche di messaggio emotivo sulla tragedia dei migranti: vuote le parole sulle “solidarietà” dell’Europa, ancora non pervenuto sull’immigrazione come questione di dignità e non solo di sicurezza.

Ossessionato da una “narrazione” che non sovrapponga mai la sua immagine alla sofferenza vera, il premier non ha saputo costruire una “connessione sentimentale” col paese. Ossessionato dal “consenso” da conquistare col suo format, ha del tutto tralasciato il “popolo” della sinistra, interpretandone gli umori profondi. Forse i guru che gli stanno attorno attribuiscono a tutto questo un tratto di genialità e di modernità. Personalmente, non ho mai visto crescere un albero a cui tagli le radici.

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