Che is perdas soninti po tui musicas durcis [di Franco Meloni]

giardino

Di Pinuccio Sciola ho tantissimi ricordi. Amava sollecitare la fantasia piegando ruvide trachiti in modo da avvolgere sogni. Ogni volta, sornione, controllava se l’effetto venisse raggiunto. Camminando scalzo sulle schegge di quello che sarebbe diventato il suo Giardino Incantato, indicava sorridendo ad Anna i pezzi che avrebbe potuto prendere per iniziare la coinvolgente arte della scultura.

Allora le dimensioni e i pesi erano limitate dalla mia capacità di infilarle nel cofano della macchina. Anna non aveva ancora scoperto la carrucola. Da allora sono passati tanti ricordi. Tra i più vividi il senso di ospitalità che dimostrava mischiando con una pala chili di malloreddus utili per sfamare centinaia di artisti in transito nell’Orto Megalitico in direzione Gavoi, Barbagia, per una memorabile Art Coopera PLEXUS, 1987.

L’ultima volta l’ho incontrato in una fredda sera di febbraio all’ExMa, mentre ricordava l’obbligo della memoria persistente per non chiudere gli occhi davanti all’orrore di morti dovute alla fuga dalla isperazione. Indicando oggetti squadrati, pietrosi ripostigli per leggere leggende di fate e per pesanti pensieri di morte, mi ha detto che aveva provato ad entrarvi, scalzo, per sentire il contatto finale della pietra sul suo corpo.

Mi è sembrata una condivisione di angoscia per combattere l’odio. O così mi piace pensare. Che is perdas soninti po tui musicas durcis.

*Fisico e Narratore

One Comment

  1. umberto cocco

    Posso commentare con qualche presa di distanza questo articolo, e gli altri comparsi su questo sito in ricordo di Pinuccio Sciola? Aveva cominciato Franco Masala dando la notizia della morte, rendendo i meriti all’uomo e all’artista, e dicendoci di come i compagni che stavano preparandosi ad andare al suo funerale e andavano alle sue cene avessero cancellato un murale che non era peggio della controfacciata della casa su cui era dipinto, in viale Repubblica, a Cagliari. Tutto con sobrietà, senso delle misura. Poi tutto è dilagato. Stavolta anche questo sito canta in coro, mi sembrerebbe.
    Certo, Sciola è una di quelle personalità che si prestano alla celebrazione, condensa alcune di quelle caratteristiche che ci piace riconoscere nei sardi; così le sue opere, la pietra che suona e, prima, i murales, messicani vabbè, e sia, ma noi lo siamo, no? O ci somigliamo… («Sembra Messico, signori», diceva Tito Stagno nella telecronaca simulata dell’Ardia di San Costantino, alla prova d’esame per entrare alla Rai. Era il 1954).
    Sarà in omaggio a una controretorica che è pur sempre retorica, ma quella dell’artista riconosciuto e riverito in vita, con tutte le autorità al suo funerale, e il popolo accorso, interroga più che dare risposte. La potenza
    espressiva cos’altro è se non critica sociale, critica del potere, nelle mille sue forme anche come potere del senso comune? Cos’ altro se non presa in carico delle contraddizioni, delle fragilità, delle debolezze, delle false certezze, anche dei dolori e delle tragedie del tempo? E le tragedie del tempo, in Sardegna («Su dramma de sa modernitate» di cui parla Bachisio Bandinu) siamo sicuri che l’arte di Sciola abbia tentato di svelarle, di indagarle? Io non lo so, ma mi piacerebbe che questa critica si facesse avanti, questo tipo di lettura della sua arte. Altrimenti siamo alla santificazione, che produrrà festival – facile scommessa, se ne vede già il principio – rassegne di muralisti, concorsi di scultura, concerti con le pietre, raduni letterari, musicali, omaggi e tributi. E lui fatto santone più di quanto non gli piacesse farlo in vita, quando ci giocava, probabilmente. Sciola come un brand, un marchio. Frullato dalla povera famelica industria culturale del folclore sardo, e poi presto dimenticato.
    Anche per evitare questo, criticatelo, i critici. Il muralismo che introdussero in Sardegna lui a San Sperate e Francesco del Casino a Orgosolo, sembra una terribile fregatura, nonostante le piccole folle di turisti portati dalle agenzie della Gallura in gita in pullman nelle giornate di maestrale, strano omaggio al rivoluzionarismo barbaricino fatto da uno dei bersagli d’allora…… Ci sono paesi distrutti dai murales, in qualche parte della Sardegna, bruttissime rappresentazioni di scene di vita rurale che qualche automobilista di passaggio si ferma a osservare, inducendo a credere che piacciano e alimentando la fabbrichetta del muralismo degli epigoni di
    Sciola. Anche la pietra che suona, chissà, che cosa ci dice? Ci piace perché è – fatta oggetto d’arte – la sintesi della violenza che abbiamo fatto prima ai graniti di Buddusò e Bassacutena e ora stiamo facendo ai basalti degli altipiani centrali? O è, la pietra, l’elemento primordiale convocato al festival jazz della Sardegna? Dateci qualche lettura, per favore.

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