Su Pinuccio Sciola dateci qualche lettura, per favore [di Umberto Cocco]

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Posso commentare con qualche presa di distanza l’articolo di Franco Meloni, e gli altri comparsi su questo sito in ricordo di Pinuccio Sciola? Aveva cominciato Franco Masala dando la notizia della morte, rendendo i meriti all’uomo e all’artista, e dicendoci di come i compagni che stavano preparandosi ad andare al suo funerale e andavano alle sue cene avessero cancellato un murale che non era peggio della controfacciata della casa su cui era dipinto, in viale Repubblica, a Cagliari. Tutto con sobrietà, senso delle misura. Poi tutto è dilagato. Stavolta anche questo sito canta in coro, mi sembrerebbe.

Certo, Sciola è una di quelle personalità che si prestano alla celebrazione, condensa alcune di quelle caratteristiche che ci piace riconoscere nei sardi; così le sue opere, la pietra che suona e, prima, i murales, messicani vabbè, e sia, ma noi lo siamo, no? O ci somigliamo… («Sembra Messico, signori», diceva Tito Stagno nella telecronaca simulata dell’Ardia di San Costantino, alla prova d’esame per entrare alla Rai. Era il 1954).

Sarà in omaggio a una controretorica che è pur sempre retorica, ma quella dell’artista riconosciuto e riverito in vita, con tutte le autorità al suo funerale, e il popolo accorso, interroga più che dare risposte. La potenza espressiva cos’altro è se non critica sociale, critica del potere, nelle mille sue forme anche come potere del senso comune? Cos’ altro se non presa in carico delle contraddizioni, delle fragilità, delle debolezze, delle false certezze, anche dei dolori e delle tragedie del tempo? E le tragedie del tempo, in Sardegna («Su dramma de sa modernitate» di cui parla Bachisio Bandinu) siamo sicuri che l’arte di Sciola abbia tentato di svelarle, di indagarle? Io non lo so, ma mi piacerebbe che questa critica si facesse avanti, questo tipo di lettura della sua arte.

Altrimenti siamo alla santificazione, che produrrà festival – facile scommessa, se ne vede già il principio – rassegne di muralisti, concorsi di scultura, concerti con le pietre, raduni letterari, musicali, omaggi e tributi. E lui fatto santone più di quanto non gli piacesse farlo in vita, quando ci giocava, probabilmente. Sciola come un brand, un marchio. Frullato dalla povera famelica industria culturale del folclore sardo, e poi presto dimenticato.

Anche per evitare questo, criticatelo, i critici. Il muralismo che introdussero in Sardegna lui a San Sperate e Francesco del Casino a Orgosolo, sembra una terribile fregatura, nonostante le piccole folle di turisti portati dalle agenzie della Gallura in gita in pullman nelle giornate di maestrale, strano omaggio al rivoluzionarismo barbaricino fatto da uno dei bersagli d’allora……

Ci sono paesi distrutti dai murales, in qualche parte della Sardegna, bruttissime rappresentazioni di scene di vita rurale che qualche automobilista di passaggio si ferma a osservare, inducendo a credere che piacciano e alimentando la fabbrichetta del muralismo degli epigoni di Sciola. Anche la pietra che suona, chissà, che cosa ci dice? Ci piace perché è – fatta oggetto d’arte – la sintesi della violenza che abbiamo fatto prima ai graniti di Buddusò e Bassacutena e ora stiamo facendo ai basalti degli altipiani centrali? O è, la pietra, l’elemento primordiale convocato al festival jazz della Sardegna? Dateci qualche lettura, per favore.

3 Comments

  1. Franco Masala

    Caro Umberto, grazie per le tue parole. Sono convinto anch’io che la santificazione non giovi a nessuno, tanto meno all’interessato.
    Passato il momento del giustificato dolore, sarà opportuna anche una riflessione sull’eredità di Sciola, comprendendovi il muralismo deteriore e l’attività forsennata di tanti scalpellini.

  2. paolo

    http://www.einaudi.it/libri/libro/mario-perniola/l-arte-espansa/978880622651
    questo caro Umberto è un interessante saggio su “dove va l’arte”. Ho conosciuto Sciola da adolescente muralista ( forse più interessato all’happening e alle ragazze che al discorso politico) ma non voglio farmi il “selfie col morto” ( altra orribile evenienza di questi giorni) . Vorrei , piuttosto, modestamente dire, che il muralismo per Sciola apparteneva a un lontanissimo passato ( e nell’ultima intervista lo diceva chiaramente ” opere destinate al degrado”) la sua opera è legata al rifiuto della svolta “frengie” del contemporaneo e di questo si è parlato e ne ha parlato Quintavalle sul Corriere. Leggi il saggio di Perniola ( intanto) e vigila sempre sulle fregature
    Un abbraccio Paolo

  3. Antonio Deias

    Grazie Umbe’: giornalista “esemplare” o “liberato”, quando, ancora una volta, sconcerti mettendo in guardia dalla metastasi dell’assuefazione al comportamento comune? Tanto più pericolosa quando “lisciata”da sussiegose presenze istituzionali.
    Se ricordo bene neppure il trapasso di Maria Lai riuscì a far tanto. Chi sa perché? E chi sa se riusciremo a capirlo e se riusciranno a farcelo intuire?
    Antonio

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