Un memoriale ai caduti di cento anni fa [di Nicolò Migheli]

memoriale

Sono trascorsi cento anni e sembra ieri. La Grande Guerra ha lasciato memorie indelebili nel vissuto dei contemporanei. In ogni parte d’Europa il ricordo della I Guerra Mondiale si interseca con le vicende famigliari. Quasi tutti hanno avuto un avo, un amico di famiglia che vi ha partecipato o vi è caduto.

Ancor più in Sardegna, 13.602 caduti senza contare mutilati ed invalidi, 138 per mille mobilitati su di una popolazione di circa 800.000 abitanti. Una percentuale di morti in guerra tra le più alte d’Italia. Un lavacro sanguinoso in cui i sardi si sono scoperti tali superando campanilismi e diffidenze, reinventando il concetto di Sardegna, cambiando la percezione dell’isola; tanto che con quell’esperienza nascono il sardismo e il mito dei sardi indomiti della Brigata Sassari.

Mito esclusivista, quest’ultimo, che non racconta le migliaia di giovani sardi che combatterono con altri reparti o furono semplicemente mobilitati nella Territoriale. Negli anni seguenti nelle facciate delle chiese o dei palazzi comunali vennero apposte delle lapidi con i nomi dei caduti in guerra rigidamente divisi per grado militare, quasi che la gerarchia continuasse oltre la morte. Perennemente soldati, sottoufficiali, ufficiali. I paesi che potevano permetterselo eressero monumenti alla Vittoria, la retorica nazionalista prima e fascista poi, imponeva quella denominazione.

Oggetti solitamente sormontati da statue di soldati che innalzano fucili o da aquile imperiali; situati in luoghi centrali, spesso la piazza principale. Bisognerà attendere il secondo dopoguerra per veder comparire l’icona che rimanda all’archetipo della Pietà: la mater dolorosa che regge il figlio. Un cambiamento simbolico che diventa semantico, non più Vittoria ma Sacrario,  Monumento ai Caduti, esaltazione del sacrificio: madri che sorreggono i figli donati alla patria. Anche Oniferi aveva le sue lapidi, una nel cimitero con i nomi dei caduti della IGM e poi un’altra sul campanile della chiesa dove comparivano anche i morti della II Guerra Mondiale.

Lapide rimossa con il restauro dell’edificio religioso. L’amministrazione comunale nel voler ripristinare il ricordo dei suoi caduti accetta un progetto innovativo dell’architetto Roberto Virdis. Non più monumenti, ma una lapide rettangolare in ferro brunito, su cui sono incisi casualmente i nomi dei morti senza più grado militare. Tra i nomi dei fori per delle rose rosse. La corsa floreale termina in un volo di trottole inserite in un muro di pietra, su cui sono incisi i nomi dei caduti.

Muro che fiancheggiava una antica corte, forse pertinenza ecclesiastica, oggi spazio pubblico, dove generazioni di bambini hanno giocato con le trottole, ancora oggi sui graniti vi sono i segni dei puntali di ferro. Un non-monumento, carico di poesia che il volo delle bardufas racconta di anime e corpi giovani rubati alla vita per guerre inutili. Una installazione minimale in cui si leggono rimandi al Vietnam Veterans Memorial di Washington, opera dell’architetto Maya Lin.

Solo che The Wal non è libero dalla retorica guerresca, in un suo angolo è presente la statua di un soldato in assetto di combattimento che regge un caduto. Niente di tutto questo ad Oniferi, solo un  luogo della memoria, uno spazio intimo che racconta ai contemporanei il sacrificio dei loro nonni e bisnonni. Un’opera, è facile prevederlo, che attirerà visitatori.

Memoriali come questo sono importanti, soprattutto di questi tempi di rinascita dei nazionalismi, di chiusure e di guerre striscianti. In quello di Oniferi non vi è traccia di trionfalismi, di nemici, solo la necessità di riflettere, di raccogliersi davanti all’insensatezza della guerra e della violenza umana. Un bel messaggio dalla Barbagia.

Progetto: Roberto Virdis, architetto

Trottole: Valera Tola, ceramista.

Pannello: Alessio e Antonello Viliadi AVM, fabbri.

 

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