Matriarcato, il primato non c’è [di Maria Antonietta Mongiu]

tuvi

L’Unione Sarda 7/06/2017. La città in pillole. Il mito delle dee madri non ha cancellato gli idoli maschili. E’ l’Ottocento che fa diventare popolare il luogo dove raccogliere i manufatti che la terra,  copiosamente, restituiva grazie all’agricoltura intensiva e alla messa in opera, negli antichi centri, di palazzi.

La rivoluzione borghese metteva le basi anche dell’archeologia, centrale nella città contemporanea di lunga durata. Il contenitore di manufatti fu chiamato Museo, evoluzione del collezionismo che dal Rinascimento connota il potere, diventandone emanazione.

E’ sempre l’Ottocento che formula dizionari e geografie dell’ archeologia fino alle articolazioni di oggi, troppo atomizzate. Con le definizioni di periodi, oggetti, culture nascono anche luoghi comuni, storiografici e culturali. Ribaditi come paradigmi sono in realtà modi di dire in cui significato e significante sono ormai interdipendenti.

E’ il caso, ormai mito, delle “dee-madri”. In Sardegna si moltiplicano: dalla cosiddetta “Venere di Macomer” alle dee-madri neolitiche e nuragiche, assorbite dalle divinità fenicie, puniche, romane. Generazioni di studiosi vi hanno riconosciuto una presunta centralità del “materno” che giustificherebbe invenzioni, tra cui ha il primato il matriarcato, che non ha nessun fondamento.

Idoli femminili con ventre, seni, natiche ipertrofiche, apparse come raffigurazione della matricentralità, non escludono infatti idoli maschili o quelli in cui domina l’astrazione geometrica. Insuperate  le raffigurazioni “cruciformi” o con triangolo e cerchio del Neolitico recente.

Geometrie che ritroviamo in Tanit, presente in tutto il Mediterraneo,  che a Cagliari custodiva le case dei vivi e a Tuvixeddu quelle dei morti.

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