L’antiturismo non è nuovo, pone domande sul modello scelto [di Nicolò Migheli]

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L’industria turistica non conosce crisi, le previsioni la danno in costante crescita in tutto il mondo. I paesi si attrezzano per intercettare il numero più alto di viaggiatori. La Spagna è uno dei luoghi che negli anni ha saputo investire bene ed oggi è ai primi posti delle classifiche di settore. Questa estate il paese iberico ha visto palesarsi un movimento, per ora minoritario ma indicativo di un disagio, di turismofobia, come lo definiscono i media locali.

Sono la Catalogna e le Baleari i luoghi dove il collettivo Arran, ha lanciato iniziative provocatorie. Autobus turistici imbrattati a Barcellona, razzi illuminanti lanciati nel porto di Palma di Maiorca, esposizioni di striscioni con su scritto “Il turismo uccide Maiorca.” Secondo Arran non è il turismo ad essere sotto accusa, ma solo quello di massa. Agustín Cocola Gant docente presso l’università di Lisbona che da anni studia il turismo e i fenomeni di gentrificazione, in un articolo su Público denuncia le storture del turismo di massa nelle città. La prima domanda che si pone è se quel turismo crei ricchezza?

Lo studioso ammette che non essendoci studi specifici ci si deve basare sulle deduzioni. È indubbio che quel turismo crei lavoro, però solo per impieghi sottopagati, a Barcellona la media è di 600 euro mensili, il lavoro è temporaneo e di conseguenza quegli occupati per il resto dell’anno devono dipendere dallo welfare. Il turismo muove molto danaro che resta nelle mani di pochi: compagnie aeree, hotel, tour operator. Poi si chiede, quanto le amministrazioni cittadine spendono per la pulizia delle strade che ogni notte vengono trasformate in bivacchi? Per il momento non si sa.

Di sicuro invece si sa che i centri storici stanno subendo un fenomeno di espulsione degli abitanti originari, perché non più in grado di pagare gli affitti richiesti, visto il proliferare di B&B. Allo stesso modo scompaiono le attività tradizionali: artigiani, rivendite alimentari, i cui affitti, cresciuti in dismisura, possono essere pagati solo da grandi catene che impongono le cianfrusaglie globalizzate che rendono tutti i luoghi uguali a sé stessi in ogni parte del mondo.

Un mutamento che sta avendo un impatto sociale altissimo, stravolge luoghi, rende la vita difficile agli abitanti resistenti che si trovano a vivere senza vicini, visto che nel B&B gli ospiti cambiano di continuazione.

Nello stesso tempo questi perdono i negozi di riferimento e gli acquisti quotidiani diventano difficili. Agustín Cocola Gant, ci va giù duro quando afferma che quel turismo è una privatizzazione di fondi pubblici. Lo stato o le regioni sostengono le compagnie low cost, sopportano costi ulteriori come lo smaltimento dei RSU o l’aumento di presidi della polizia. Fenomeni che in Italia si sono presentati da tempo nelle città d’arte come Firenze e Venezia, ma che non sembrano degni di dibattito pubblico e di riflessione.

L’antiturismo in Italia era stato studiato dalla società Trademark  ad inizio di questo secolo ed aveva già intravisto le tendenze che ora si presentano in Spagna.

Un fenomeno però che dovrebbe far riflettere anche la Sardegna. Negli anni ’90 era successo un fatto significativo. Un autobus di turisti che si recava per un pranzo con i pastori in Barbagia venne fatto segno di tiri d’arma da fuoco. Concorrenti esclusi? Persone che non gradivano quel traffico continuo? Che io sappia il mistero non venne mai risolto. Quello fu un caso eclatante e unico, ma rappresentò un segno che l’attività turistica non è così innocente e a basso impatto come molti credono. Un’attività che impone una separazione tra i residenti.

Chi in qualche modo è coinvolto ne trae i vantaggi, siano B&B, alberghi, ristoranti, gli stessi impieghi anche se sottopagati, e gli altri. Gli altri che ne sopportano i costi. I prezzi che aumentano durante la stagione e che non scendono più, traffico, spiagge che per chi ha le ferie solo in agosto diventano infrequentabili. Per una città come Cagliari i problemi di Barcellona, nel piccolo, iniziano ad apparire.

Come sostiene Maria Antonietta Mongiu in una sua recente intervista: La strada règia che partiva dal largo Carlo Felice diretta a Sassari è stata trasformata in una casbah, il centro storico in periferia di se stesso. Ed il resto del quartiere Marina non è da meno come le aree pedonalizzate privatizzate dalle attività di ristorazione. D’altronde le proteste dei residenti per la movida notturna sono ormai storiche. L’attività turistica non è innocente come sembra. Porta con sé, sempre di più, costi sociali e paesaggistici importanti.

La politica non può nascondersi dietro il trionfalismo dei numeri, ma deve tenere conto di tutte le implicazioni che questa attività si porta dietro. Forse però è chiedere troppo a chi è diventata miope, schiacciata sull’oggi senza visione strategica. Rinunciare al turismo? Certo che no, però non facciamo in modo che siano solo gli spiriti animali del mercato a regolarlo. Barcellona e la Baleari sono lì a dimostrarcelo. Buon ferragosto a tutti!

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