Qualche ricetta per avere una classe dirigente che non dica solo e sempre sì ad un capo [di Giovanni Scano]
Per avere una classe dirigente che non dica solo e sempre sì al capo serve prima di tutto la legge sui partiti politici secondo l’articolo 49 della Costituzione. Solo così potremo avere dei partiti veramente democratici al loro interno. Qui e ora, l’unico partito che si avvicina a questo dettato è il Partito Democratico. Così com’è non va bene. Ma con un bel po’ di cambiamenti potrebbe rendersi adeguato allo scopo: rappresentare nello stesso tempo sia l’opposizione, che è necessario ci sia, ma anche e soprattutto la possibile alternativa programmatica reale valida e credibile alla situazione attuale. Quindi … Come deve cambiare il Partito Democratico? Prima di tutto deve diventare (o tornare ad essere) un partito aperto, trasparente e partecipato. Ciascun iscritto, simpatizzante, oserei dire ciascun cittadino dovrebbe poter comunicare con esso su qualsiasi tema riguardante la vita pubblica. Sarebbe anche suo interesse, se davvero vuole essere quello che ha detto di voler essere, fin dalla nascita. Cioè, il partito del cambiamento. Ma non cambiamento fine a sé stesso. Cambiare tanto per cambiare. Deve proporre un nuovo modello di sviluppo, basato sulla compatibilità ambientale (non bisogna consumare più risorse di quante la natura sia in grado di rigenerare), basato sulla qualità piuttosto che sulla quantità e sul riutilizzo delle risorse attraverso una più efficiente raccolta differenziata e la produzione di quelle che vengono ormai comunemente chiamate materie seconde. Deve proporre anche un nuovo modello di società, basato sulla solidarietà tra le persone, che non lasci davvero nessuno indietro. Bisogna smetterla di pretendere di misurare tutto sulla base della crescita del PIL. Spesso si tratta di contabilità puramente teoriche, astratte, sulla carta, cui non corrispondono delle realtà concrete. Con la segreteria Renzi, il PD era diventato piano piano un partito blindato, chiuso alla partecipazione dei non conformisti, di coloro, cioè, che non osannavano il leader, ma anche semplicemente alla partecipazione di quella che comunemente chiamiamo base, comunque la pensi. L’Unità era diventata solamente un bollettino di partito. Della maggioranza del partito. Aveva smesso di essere un giornale a pieno titolo, come invece era stato in passato, persino quand’era Organo del Partito Comunista Italiano. Lo ha sostituito poi Democratica, giornale on line. Ma il discorso non è cambiato. Venivano pubblicati solo gli scritti degli allineati. Qualcosa è cambiato solo dopo le politiche del 4 marzo. Si è cominciato a pubblicare anche qualche opinione controcorrente. La prima è stata quella di Gianfranco Pasquino. Non ricordo se sotto forma di articolo o di intervista. Il sito nazionale del Partito ospitava praticamente solo le posizioni della maggioranza (facevano eccezione solo gli interventi negli organismi ufficiali, Direzione e Assemblea Nazionale, perché proprio non se ne poteva farne a meno, di pubblicarli) e la comunicazione e l’informazione avvenivano a senso unico, solamente dal centro verso la periferia, come se si dovesse comunicare il verbo, e mai, al contrario, dalla periferia verso il centro, come se i dirigenti nazionali non avessero bisogno di sapere nulla, non avessero da imparare nulla. Ricordo che con la segreteria Bersani, pur con tutti i limiti e difetti che poteva avere, nessuno è perfetto (io infatti non lo avevo votato; gli avevo preferito Franceschini che mi sembrava più adeguato alla funzione), si poteva comunicare col vertice, e persino criticare o polemizzare, su qualsiasi argomento. I miei interessi andavano ovviamente al mondo della scuola. Faccio l’insegnante. Ricordo che si poteva interagire sia con Francesca Puglisi, che si occupava allora di scuola all’interno della segreteria, che con Giovanni Bachelet, che se ne occupava nel forum corrispondente. Con la segreteria Renzi tutto ciò non è stato più possibile. Le cosiddette riforme calavano tutte dall’alto. E la loro qualità non era davvero eccelsa. Salvo eccezioni. Mancava una visione d’insieme, complessiva, della realtà. Si agiva per compartimenti stagni. Per settori, nel migliore dei casi. Posso dire, credo, riguardo alla sedicente buona scuola. Non ha certo cambiato qualitativamente lo stato dell’istruzione in Italia. Non c’è stata una adeguata visione d’insieme, coesa e coerente, dell’intero settore relativo all’apprendimento. Non si ha (aveva?) idea, secondo me, ai vertici del Governo, di quello che si vuole (voleva?) fare e di cosa ci sarebbe bisogno. Mentre da altre parti in Europa si tende a parlare, sia pure parzialmente, di Learning to learn, imparare a imparare, da noi si continua prevalentemente a pensare che i discenti debbano essere semplicemente dei baskets (cestini) da riempire con dei contenuti preconfezionati. Non si adempie, tuttora, al dettato costituzionale che dice che compito primario dell’istruzione deve essere la formazione del cittadino responsabile e partecipe. Bisogna insegnare agli alunni a pensare, ad avere delle idee, delle opinioni e ad esprimerle nei modi dovuti, rispettando le regole che ci si è dati, parlandosi e ascoltandosi reciprocamente (è sempre dagli altri che impariamo le cose che impariamo; le cose che sappiamo, le sappiamo già; non abbiamo alcun bisogno di ripetercele). Bisogna insegnare loro non solo con le parole ma con buoni esempi, con le buone pratiche. Non bisogna predicare bene e razzolare male. Cosa che spesso succede ai politici. Ma non solo. Bisogna soprattutto insegnare agli alunni a imparare. Quello che in inglese si chiama Learning to learn. Imparai a imparai, diremmo noi in sardo. L’apprendimento è un’attività interattiva. Non può, quindi essere scollegata dall’insegnamento. I due termini non possono non andare di pari passo. Sono due facce della stessa medaglia. E quando si impara, si impara tutti. Docenti e discenti. Le attività di insegnamento/apprendimento non possono essere quindi a senso unico. Non ci può essere solo il ruolo predefinito di quello che ha il compito solo di insegnare (la fonte del sapere) e non ha più niente da imparare e quell’altro il cui ruolo è solo quello di imparare e non ha mai niente da insegnare. L’insegnamento/apprendimento non può essere qualcosa di statico e di totalmente predefinito. Le attività vanno giustamente programmate. Non ci si può affidare all’improvvisazione. Ma dev’essere flessibile. Se dovesse presentarsi una difficoltà che non avevamo previsto, dobbiamo essere in condizione di poter introdurre delle modifiche. Quando inizi un’attività di quel tipo non sai mai esattamente dove ti porterà. Puoi saperlo solo in parte. E i conti si possono fare solo a s’arragotta, come diciamo noi in sardo. Anzi. Il più delle volte avviene il contrario. Si ritiene che il docente debba essere, o almeno apparire, il depositario del sapere. E il discente debba limitarsi a immagazzinare i contenuti che gli vengono proposti per, eventualmente, riprodurli poi all’ interrogazione, orale o scritta che sia. E quel che è peggio è che la maggior parte degli alunni si è convinta che così debbano andare le cose, che questa debba essere la normalità, l’ordinaria amministrazione. Così va il mondo. Per cui ti guardano un po’ increduli quando dici loro che dovrebbero imparare a pensare, ad avere delle idee, delle opinioni, anche critiche, anche differenti da quelle dell’insegnante. Altra riforma calata dall’alto è stata quella cosiddetta istituzionale. Quella bocciata dagli elettori il 4 dicembre 2016. Dal mio punto di vista, si trattava di un insieme pasticciato e inadeguato rispetto alle problematiche che si proponeva di risolvere. Per questo motivo il 4 dicembre ho votato NO. Il tutto si sarebbe potuto fare in modo più semplice ed efficace. Condivido gli obiettivi di semplificazione e di diminuzione dei costi della politica. Ma se l’obiettivo era davvero questo, bastava abolirlo tout court il Senato! Si volevano davvero diminuire i costi della politica? Perché allora non diminuire il numero dei deputati fino a 300, massimo 400? Perché non portare i loro emolumenti a 3000/5000 euro netti mensili (che non mi pare una cifra disprezzabile) più rimborsi spesa riguardanti le spese per l’adempimento della loro funzione rigorosamente rendicontati? Penso anche che il Partito Democratico dovrebbe presentare in Parlamento una nuova legge sul finanziamento pubblico dei partiti. Basato magari sul numero dei voti, non però sulle percentuali, presi nelle diverse tornate elettorali. Penso che queste cose, più altre che si potrebbero fare, contribuirebbero a formare non solo una classe dirigente che non sia costituita quasi esclusivamente da yes men, ma anche una popolazione di cittadini responsabili e partecipi e non di followers (sudditi). |