Molti studi mettono in relazione modelli di sviluppo e Covid 19 [di Antonietta Mazzette]

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Umberto Cocco mi chiede se davvero sia così acquisita l’idea che una delle cause principali di questa epidemia sia legata ai cambiamenti ambientali e alla distruzione di vasti habitat naturali. Ebbene, sono molti gli studi che mettono in relazione la diffusione di virus come il Covid 19 con uno specifico modello di sviluppo in buona misura fondato sulla distruzione di habitat naturali che, nel caso della Cina, sono stati sostituiti in tempi rapidissimi da mega insediamenti urbani.

Uno di questi studi è quello condotto da un’equipe di ricerca dell’università La Sapienza, pubblicato nella rivista americana PNAS, Sustainable development must account for pandemic risk (14 febbraio 2020). In sintesi, da questo studio si evince che: 1. le più recenti pandemie (Sars ad esempio) hanno in comune l’origine zoonotica ossia, sono malattie trasmesse dagli animali, in particolare selvatici; 2. la perdita di habitat naturali accresce il rischio di contatto con detti animali; 3. più alta è la biodiversità, minore è il rischio potenziale di epidemie.

Insomma, la deforestazione, in molti casi dissennata (si veda ciò che sta accadendo in Amazzonia), è un fattore di rischio che queste pandemie si possano moltiplicare. Ma a questi studi si rifanno anche molte associazioni ambientaliste come, ad esempio, il WWF: si veda l’ultimo report Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi.

Approfitto delle sollecitazioni di Cocco per domandare: che cosa c’è di diverso rispetto al passato, anche quello più recente di appena vent’anni fa, quando è scoppiata la Sars? Mi limito a indicare tre fattori:

  1. I diversi sistemi sociali sono connessi virtualmente e materialmente (anche attraverso le merci), a qualunque latitudine si collochino. Il che significa che il rischio di epidemia è legato alla sua estensione come fenomeno globalizzante e alla sua intensità, oltre che al numero di ‘eventi contingenti’ prodotti dalla società;
  2. gli esseri umani sono diventati estremamente mobili. Insomma, da questo punto di vista, e senza scomodare Simmel, non c’è niente di più labile e arbitrario dei confini, che siano nazionali, regionali o, quant’altro;
  3. rispetto all’ordine naturale il genere umano ha escogitato stratagemmi e aggiramenti (si pensi al significato originario di téchne) per mettersi in sicurezza dalla “natura ostile e matrigna”, ma oggi i problemi che genera con i suoi comportamenti (economie, geopolitiche, stili di vita etc.) stanno diventando sempre più numerosi e incontrollabili e incidono pesantemente sull’ambiente, ma anche sui singoli in quanto tali – la paura è in prima istanza personale – e sulla società, in termini di fiducia e di controllo.

In definitiva, gli individui si sentono più vulnerabili e confidano – come aveva scritto Beck – che vi possano essere ipotesi risolutive, grazie alla scienza e alla tecnica, non ultimo per conoscere in anticipo l’entità dei pericoli.

Ma se la scienza non è ancora pronta, come nel caso del coronavirus, cosa possiamo fare? Rispondo con Bauman, secondo il quale non si può più fare a meno dell’estensione della responsabilità, intesa anzitutto come etica dell’autolimitazione.

Si tratta di un’etica rivisitata e non più fondata solo sul principio della prossimità perché oggi I) le minacce provenienti dai pericoli anche geograficamente lontani incidono sulla vita delle tante persone spazialmente e temporalmente tra loro distanti; II) le azioni generatrici di pericoli sono di norma unidirezionali e le persone non hanno strumenti di difesa; III) tali azioni, che sfuggono alle regole e alle negoziazioni, colpiscono in massima misura colui che corrisponde alla «descrizione lévinasiana dell’Altro come debole, vulnerabile, senza potere […] senza alcuna speranza di poter capovolgere i ruoli».

 

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