La fine della gallina dalle uova d’oro [di Raffaele Deidda]

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C’è stato un tempo, neppure molto lontano, in cui i politici credevano di essere i padroni del mondo.  In realtà dominavano tutto: la politica, l’economia, la società, la cultura, l’istruzione. Decidevano quando si doveva votare, come e per chi. Decidevano quello che si poteva fare, dire, scrivere e persino pensare. Si sentivano davvero padroni del paese che governavano e lo consideravano una sorta di gallina dalle uova d’oro. Come tale lo curavano e cercavano di non abusare della sua capacità di produrre simili meraviglie.

Poteva talvolta accadere che si lasciassero prendere la mano, ma non si spingevano mai fino a mettere a rischio il loro “patrimonio”. Anzi, si dicevano l’un l’altro: “Ruba ma lascia qualcosa anche per chi viene dopo, dobbiamo tutelare la nostra gallina dalle uova d’oro”. Vivevano come dentro una favola, dove bastava allungare una mano per avere tutto quello che desideravano: case, automobili, viaggi, gioielli, abiti firmati, pasti raffinati, persone al loro servizio e, la cosa migliore, tutto pagato con i soldi delle tasse imposte ai cittadini. L’abbondanza era tale che avanzavano risorse, dopo aver rubato e lasciato rubare, anche per distribuire ad ampi settori della popolazione parte dei benefici apportati da trent’anni di abbondanza economica, con un tasso medio di crescita annua molto elevato. I politici potevano concedersi persino il maggiore dei lussi: quello di dichiararsi creatori e promotori dello “Stato benefattore”. Erano garantiti ampi diritti alla maggioranza dei cittadini attraverso una politica sociale inclusiva.

Come in tutte le favole, però, la felicità si fermò e il sogno finì. Perché, come nel resto del mondo, arrivò la crisi. La crescita economica si arrestò e lo Stato si dichiarò incapace di dare risposte alle domande del popolo. Il debito pubblico raggiunse dimensioni impressionanti. Determinati a salvare la gallina dalle uova d’oro, i politici pensarono allora ad una forma di Stato “neoliberale”. Snello, con una microeconomia sana e caratterizzata da una bilancia dei pagamenti in equilibrio, un’inflazione controllata, una moneta stabile.

Purtroppo non funzionò, la ricchezza si concentrò nelle mani dell’1% della popolazione. I politici allora cedettero il passo ai tecnocrati che si preoccuparono molto più di accumulare capitali che di proteggere le finanze dei cittadini. Il mercato si trasformò da datore di lavoro a espulsore e precarizzatore della manodopera e la politica sociale divenne residuale. I tecnocrati presero la decisione di vendere “la gallina con le sue uova”, non prima di essersi assicurati per se stessi un congruo ritorno dalla vendita. Ne derivò un forte indebolimento dei sindacati, disoccupazione, perdita del potere d’acquisto, aumento della povertà e della violenza generata dal degrado sociale.

Anche i politici “di sinistra” si unirono al saccheggio e alla depredazione, favorendo generose concessioni alle grandi imprese, incoscienti della marginalità che andavano assumendo nel nuovo ruolo di custodi e di amministratori dei ricchi capitalisti. I quali pensarono che, tutto sommato, non avevano bisogno di politici che rappresentassero i loro interessi. Potevano farlo da soli, portando un imprenditore alla presidenza con gli imprenditori in parlamento.

Così, quei politici che una volta si sentivano padroni del mondo, restarono senza gallina e senza uova. Alcuni, pochi, si convertirono in azionisti e divisero “la gallina” con gli imprenditori. La maggior parte, però, si accontentarono delle briciole che cadevano dalle loro tavole. Il popolo, da parte sua, restò ad osservare come gli uni e gli altri si spartivano ciò che una volta fu suo, o poteva essere suo.

Sembra il racconto degli ultimi decenni di storia politica italiana, vero?  Si tratta invece del sunto di un articolo scritto da Ivonne Acuña Murillo, docente presso la “Universidad Iberoamericana”, per la rivista “Revolucion”. In cui la Murillo racconta come il Messico sia passato da una condizione di “Estado benefactor, seppure alla messicana, a quella di “Estado gendarme”, a guardia degli interessi dei ricchi investitori. Resta comunque una testimonianza e un monito, di cui l’Italia dovrebbe tenere seriamente conto.

 

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