Ci hanno rubato il futuro [di Enrico Trogu]

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La frase topica , la frase fatta, la frase consolatoria compagna di viaggio all’interno della narrazione -perdonate l’utilizzo di questo sostantivo, ormai stiracchiato, piegato, violato dalle esigenze del markting politico, e già che ci siete, perdonate il vezzo della triade asindetica- di vita del 20-40enne medio. Affermare la sottrazione del futuro è consolatorio, poiché sottintende l’estraneità della colpa rispetto alla nostra persona.

Prima rubavano, ma si mangiava tutti. La seconda, terribile, frase ci permette di descrivere una importante svolta nella visione che la società attuale ha della propria classe dirigente. Sino agli anni ’80 il politico “rubava il tanto giusto”, intervenendo in dinamiche dalle quali scaturivano benefici economici su larga scala, spesso illegali, sicuramente immorali, comunque tangibili. Attualmente la denuncia è incentrato sulla sopravvivenza di un gruppo di potere indistinto composto da pigri privilegiati dotati di carta di credito no limit a spese dello Stato. Non più binari su cui far scorrere appalti, posti di lavoro e commesse, esclusivamente meri parassiti a spese della collettività.

Su questi due cardini, l’estraneità all’elettorato -la fattura può esser estranea al suo fattore?- e l’improduttività, s’innesta tanto il “Grillo-leghismo” quanto l’antipolitica “accademica”, ossia, l’idea tipicamente aristocratica per cui coloro i quali detengono formalmente il “sapere” attorno ad una -e una sola, born in the USA- disciplina siano in grado di dominarne l’applicazione pratica, la gestione tecnico-amministrativa, l’effetto sulla carne viva del “popolo”. In pratica, la perdita di credito etico ha cagionato la ricerca della competenza pura, e l’accettazione della mancanza, in ciò, di socialità. Questo genere di antipolitica, la cui massima dimostrazione è l’organizzazione tecnocratica delle istituzioni europee, rischia di recidere definitivamente gli scampoli di rapporto tra le cittadinanze e classi dirigenti.

Il governo Monti ha reso plastica la pericolosità dell’affidamento al Professore di turno della vita vissuta, banalmente vera, delle comunità; è possibile affidare i destini inesatti di tutti noi a persone dagli innumerevoli meriti accademici, ma organiche ad un mondo non democratico, spesso -spesso?- ossequioso? Vi sono riscontri circa la dannosità del pretendere la totale adesione alla “teoria” quando si incide sulle dinamiche di una società?

Infine: i territori, tanti, non sono in grado di tradurre in legislazione e amministrazione “alta” i sogni, i sacrifici, il tanto lavoro messo quotidianamente in atto dai “politici” veri? Si dia venia al qualunquismo costruttivo.

Sì, la giunta attuale, nelle sue logiche, nella sua strutturazione, nella sua genesi frutto della debolezza dei partiti, mi preoccupa.

Post scriptum. Circa la debolezza insita nel concetto di autonomismo, due dubbi. Il primo riguarda “la via da percorrere”: Sardegna Possibile è rivoluzionaria o democratica? Se rivoluzionaria, perché legittimare le istituzioni “aliene” presentandosi ad elezioni e non scegliendo una via traumatica? Se democratica, perché non utilizzare al meglio tutti gli strumenti disponibili, e la “vertenza autonomistica” è uno strumento. Da ciò il secondo dubbio: se la legge elettorale “la si è letta bene”, se si aveva coscienza della missione improba, perché rischiare “così tanto”? Non accettansi risposte oniriche.L’assunzione di responsabilità nei confronti dell’elettore dovrebbe esser sacra, e chi vota, vota per farti vincere.

4 Comments

  1. Pingback: | Minestra riscaldata

  2. Caro Enrico, condivido i cardini su cui hai costruito il tuo ragionamento ma non tutte le sue parti […] segue su: http://benidore.wordpress.com/2014/03/23/minestra-riscaldata/

  3. ETrogu

    Caro Benidore, ho potuto legger solo ora la tua profonda analisi, cerco di chiarir solo pochi punti secondo me nevralgici
    1. non ritengo accomunabili il fenomeno grillino e quello leghista per storia o terreni di crescita iniziali, ma seguo ritenendo che il brodo di coltura dei loro aspetti più forcaioli, distruttivi ed autoreferenziali sia il medesimo, così come la loro volontà di disegnare la “politica” come qualcosa di estraneo al cittadino, e qui veniam al punto 2. poiché penso che il tuo ragionamento sia corretto sui piccoli numeri e sulle strutture militanti, non sui grandi numeri elettorali, quelli su cui incidon maggiormente concetti quali autoassoluzione e giustificazione. 3. circa SP, ritieni sia stato meglio portar avanti tre liste con la certezza di non piazzarle, piuttosto che investire su un progetto che avesse un solo simbolo e un programma di mediazione come quello che mi hai descritto? Ritieni che il non essere entrati in consiglio regionale sia dirompente? Il mio dubbio riguarda le parole della Murgia su questo stesso sito. 4. la legge elettorale ci apre porte dialettiche enormi, ma tralascerei, diciam solo che occorre metterci mano, e non solo per la questione soglie! A presto, e grazie

  4. Condivido e apprezzo le precisazioni dei primi due punti. Non dimentichiamo mai, però, che il fenomeno è molto complesso e che la severità di giudizio ad esso, giustamente riservata, non deve- come accade nei grossi quotidiani- superare quella riservata ad altri partiti. 3.Ho riletto le parole di Murgia, condivido l’idea di politica che costruisce una base culturale ideale ed ideologica; che prescinde dalla vittoria e dalla gestione del potere, ritornando alla dimensione, quasi pedagogica, di propaganda di idee e valori, con pazienza e con un progetto di ampio respiro. La rappresentanza in Consiglio però, non è così ininfluente, serve a fare esperienza, a mantenere un ruolo politico e anche mediatico, agevolando la sopravvivenza del progetto a lungo termine e la sua concretezza. Come ho già scritto”Quanto alla legge elettorale, credo che si sarebbe dovuto rinunciare alla distinzione tra ProgRes e le altre liste”. Saluti, a presto.

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