Una giornata normale [di M. Tiziana Putzolu]

allattare

Non ce la faccio più, proprio più. Sono stanca. Di tutto. Basta basta basta. E’ finita. E’ tutto finito. Tutto, tutto, tutto. Mamma? Sì? Mamma perché piangi? No tesoro la mamma non piange, è solo raffreddata. Senti la sorellina, portale il ciuccetto, così la smette di piangere. Lei sì che piange. Ed anche molto. Vero tesoro? Dimmi amore, cosa vuoi? La merenda? Va bene, ora la mamma te la prepara. Ecco la merenda. Mangiala tutta. Ti accendo i cartoni, va bene? Sì mamma, smetti di piangere però. Ti posso dare un bacio? Grazie amore mio.

Basta basta basta! Mi rimbomba il cervello. Guarda quanta roba da stirare. Con questo caldo insopportabile. La lavatrice da stendere. Polvere dappertutto. Ma chi se ne importa della cena, quando rientra qualcosa si mangerà. E chi ce la fa a pagare il mutuo a fine mese? Guarda che mazzo di bollette accumulate da pagare. Quel bastardo. Tutti i soldi che gli abbiamo dato! E ora? Come si fa? Come faremo? Meglio farla finita che vivere così. Sì, meglio farla finita.

E loro? Con chi rimarranno? Con lui? neppure per sogno, neppure per sogno. Piuttosto resisto. Non posso neppure pensare di farla finita. Non posso tornare indietro, ora. Cosa faranno le bambine senza di me? Chi le guarderà, chi le laverà, chi preparerà da mangiare? Finiranno dalle nonne. Oppure lui si metterà con un’altra che le tratterà male. No, resisto. E’ meglio se resisto. Del resto cos’altro posso fare se non resistere. Oppure la faccio finita. Ma con loro.

Smettila di piangere tu! Al diavolo i bambini, tutti. Ma chi me lo ha fatto fare! Parto. E se partissi? Sparisco per sempre. Non mi troverà nessuno. Mi metto in macchina e parto. Dove vado? Boh vedremo. E con quali soldi parto? Con quali? Con tutte queste cose da pagare. Forse è meglio se esco per un po’, magari mi calmo. Porto le bambine a fare una passeggiata. Vado in negozio, vediamo come va. Sì, mi ci vuole una bella doccia, un vestitino fresco. Ora mi infilo sotto la doccia, ci rimango per un po’, a testa in su, con l’acqua che mi scorre addosso. Mi rilasso. Poi preparo le bambine e usciamo.

Mi metto un rossetto chiaro o acceso? Un po’ acceso, quello chiaro mi spegne. Il vestito lo stesso. Vivace. Una riga di matita negli occhi. Così va bene, le occhiaie si vedono di meno. Ce la posso fare, stasera, ad uscire, ce la posso fare. Forse ce la posso fare.
Dai tesoro, prepariamoci che usciamo un po’. Andiamo a trovare papà in negozio. Davvero mammina? Usciamo? Sì tesoro della mamma. Usciamo. Prendi l’acqua. Mettiamo la sorellina nel passeggino. Pronte? Dai, andiamo.

Ciao. Ciao. Tutto bene? Insomma. La piccola piagnucolava tutto il pomeriggio e siamo uscite. Hai fatto bene, così ti distrai un po’. Ma sei sicura di stare bene? Certo perché? Hai delle occhiaie! Sì, del resto avrei molti motivi per stare male, o no? Ti sembra che possiamo vivere così? Andare avanti così? Con tutti questi debiti? E a loro, chi ci pensa? Dai, vedrai che si sistemerà tutto. Vedrai. Mangiamoci un gelato. Non ho fame, e neanche sete. Neanche sonno. Non sento nulla. Ma sto bene. Stai tranquillo, sto bene. Senti, continuo a camminare, vado fino al parco, poi torno a casa. Ci vediamo quando torni. Ciao. Ciao papà. Ciao tesoro.

Ecco, per lui va sempre tutto bene. Minimizza. Ma cosa vuoi minimizzare? E’ la fine. La fine. Mamma, guarda le papere! Le diamo da mangiare? Sì dai, buttiamo delle briciole di pane. Guarda come vanno a prenderle, tutte insieme. Che belline, vero mamma? Mamma! Piangi! Mamma, ti voglio bene. Non piangere. Anche io vi voglio bene. No piccola, non piango più. Non piangeremo più.

Ma poi, se volessi farla finita, come dovrei fare. Con quale sistema. Barbiturici? Mah, dove li compro? Devo pensare ad altro. Comunque così non ce la posso fare. Proprio no. Non riesco neppure a camminare tanto mi sento stanca! Che stanca che sono. Oppure da una certa altezza. Ecco, magari dal Bastione. No! Troppa gente. Non fa. Dal Bastione no. Ci vuole un posto diverso, un po’ appartato. Un piano alto ecco cosa ci vuole. Come posso fare dal primo piano di casa nostra. Invece me ne vado in un posto tranquillo. Magari mi passa, se provo a stare da sola, in un posto tranquillo, mi sentirò meglio. Ora chiamo un albergo e prenoto una stanza.

Sì, pronto? Vorrei prenotare una camera. Sì, con due bambini. Sì grazie. C’è? Va bene. La prendo.

Il Presidente della Società Psichiatri Italiani, Emilio Sacchetti, ha dichiarato che ‘Il suicidio doppio omicidio è uno dei primi sintomi della sindrome di depressione psicotica, una forma di disturbo delirante, chi ne è affetto vede l’unica salvezza nell’omicidio salvifico per se e per i suoi cari’

 

One Comment

  1. Antonello Farris

    La psichiatria spiega il gesto omicida dell’uomo che uccide la donna (sia esso marito o amante o pretendente) col fatto che l’omicida ritiene che la vittima è una sua esclusiva proprietà (come fosse un oggetto che essendo mio posso distruggerlo quando voglio).
    Il gesto di una madre che trascina nel suicidio i propri figli ha la stessa logica: la madre considera i propri figli una sua proprietà e quindi, come tale, ne può disporre a piacimento.
    Tutti invece sappiamo che ogni essere umano è di proprietà solo di se stesso. A conferma di ciò il suicida che fallisce il proprio tentativo non viene perseguito. Mentre il suicida che trascina un’ altra persona al suicidio con sé, se il tentativo fallisce, viene perseguito dalla legge. Il recente episodio verificatosi all’Hotel Panorama può suscitare pietà per lo stato di disperazione di quella madre ma non può essere in alcun modo giustificato perchè accettare la logica di quella madre significherebbe accettare la logica di tutti gli uomini che uccidono le donne perchè ritengono siano di loro proprietà.

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