La Sardegna del secondo dopoguerra: l’Autonomia e la Rinascita tra difficoltà e dinamismo [di Gianluca Scroccu]

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Sintesi della Relazione al Seminario “Quale rinascita? Esperienze di Comunità in Sardegna e sviluppo locale” organizzato dalla Presidenza Regionale FAI Sardegna Sabato 5 luglio a Lussurgiu (NdR). Riflettere sulla stagione della Rinascita che ha caratterizzato buona parte della storia dell’Autonomia determina uno sforzo interpretativo di notevole portata. Questo anche perché è importante non restare imprigionati dal tentativo di scaricare su quella fase colpe e difficoltà del nostro presente. Sarebbe ingiusto e poco rigoroso sul piano storiografico; non servono alla Sardegna del XXI secolo i tribunali della storia, quanto piuttosto una riflessione calata sul presente e le sue peculiarità, pur avendo ben presente il contesto da cui proveniamo.

Ricondurre la stagione della Rinascita ad un puro e mero fallimento è infatti un approccio che rischia di portare da nessuna parte. In questo senso ha certamente ragione l’ex Presidente della Regione Pietro Soddu quando in questi ultimi anni ha tentato di spostare la discussione su una valutazione meno rigida e più attenta a quanto di positivo quel periodo seppe innestare. Non bisogna dimenticare infatti che la Sardegna interessata ai processi della programmazione economica rappresentava un laboratorio su scala locale di una riflessione più generale che non apparteneva solo all’Italia, ma all’intero occidente che si riconosceva nelle politiche neokeynesiane e di welfare state.

I processi di modernizzazione, anche sul piano sociale, che quelle politiche seppero ingenerare furono pertanto positivi, e del resto vanno inquadrati pienamente nella stagione del “miracolo economico” la quale, come è noto, catapultò l’Italia tra le nazioni più industrializzate, aumentando i consumi e rendendoli accessibili a porzioni ampie della società che mai avrebbero potuto accedervi con gli standard economici precedenti, innescando anche forme di consapevolezza sociale, si pensi solo alle donne e ai giovani, capaci di rompere conservatorismi e arretratezze secolari.

Questo dinamismo era però soggetto a dinamiche nuove, ad esempio quelle connesse alla dimensione internazionale, che soprattutto tra la fine degli anni Sessanta e soprattutto gli anni Settanta e Ottanta cambiarono paradigmi e modificarono profondamente e spesso in negativo gli assetti economici su un piano globale, con inevitabili ripercussioni su scala locale dove certamente una classe imprenditoriale esterna agli interessi non solo economici, ma di crescita complessiva del popolo sardo, approfittò per dare sfogo ai propri appetiti incurante delle logiche antimonopoliste e del vero sviluppo democratico. E in questo senso che vanno inquadrate e studiate le difficoltà dei processi di modernizzazione della Rinascita sarda; un approccio che può portarci a valutare con maggiore consapevolezza le difficoltà attuali e a classificarle in tutta la loro complessità.

E’ vero, però, che non mancarono progetti alternativi come il “Progetto Sardegna” dell’OECE impostato negli anni cinquanta, un tentativo assai interessante di avviare forme di sviluppo partendo dalla valorizzazione dei saperi e delle competenze locali mettendole in rete. Una dimensione comunitaria dello sviluppo, secondo un approccio che valorizzava le risorse endogene tramite l’assistenza tecnica e una forte rete formativa, che ci appare a distanza di decenni come un’esperienza inedita e assolutamente interessante proprio per la sua modernità. Un approccio orizzontale di sviluppo, dove evidente era l’influenza di quel grande laboratorio di cultura ed impresa sociale che fu la Olivetti di Ivrea, che occorre ristudiare nella sua originalità, a partire dal fatto che fu una porzione di una terra come la Sardegna ad essere scelta per quell’esperimento.

Ciò che non si realizzò se non in maniera embrionale in quei frangenti mantiene pertanto una sua validità, da riscoprire alla luce della nuova sfida dell’attuale contesto di crisi economica della nostra isola, parte più generale di un cambiamento radicale degli equilibri geopolitici globali che investe in prima persona il resto d’Italia, l’Europa e tutto il Mediterraneo. Una fase di transizione profonda e anche drammatica, ma che se affrontata con lungimiranza e capacità di visione sui tempi medio-lunghi può trasformarsi in una opportunità di vero cambiamento.

One Comment

  1. maurizio orrù

    sono perfettamente d’accordo sull’analisi lucida e rigorosa di Gianluca Scroccu.

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