Il sogno di Urgurù [di Carlo A. Borghi]
“Non vedevo il mare da 1300 anni almeno” – dice Urgurù ben piantato in riva, al Poetto. È notte fonda. La luna è al suo posto di osservazione. Tutto è spento: i chioschi, i bagni, gli ombrelloni, le sdraio. “Non facevo un bagno da 13 secoli, almeno” – dice il gigante tuffandosi con tutto il suo armamentario da combattimento. La sabbia è umida e granulosa come un cous cous. Nuota in bello stile nuragico, filando via liscio a pelo d’acqua. È l’unica statua al mondo capace di non affondare. Al mare del Poetto ci è arrivato scendendo, non visto e notte tempo, dalla Cittadella dei Musei sul Castello di Cagliari. Abita al Museo Archeologico da prima dell’estate. “Non facevo il morto dal IV secolo a.c., almeno” – dice rivolto alla luna piena. La luna è rossa e compiaciuta di ciò che vede capitare sulla spiaggia. Se potesse parlare direbbe di come era andata ai giganti di Monti Prama in quel quarto secolo prima di Cristo. Lei c’era ma non aveva potuto muovere un dito contro i predatori Cartaginesi. In riva lo aspetta Bustiana, l’archeologa che lo ha scavato e restaurato. Alla fine dell’opera di restauro se lo era fidanzato e da quel momento il gigante Urgurù aveva imparato a parlare e muoversi anche se mutilato qua e là. Lei lo guarda con soddisfazione come fosse una sua creatura. Bustiana è una donna sarda, bruna e tosta. “Me ne starei sempre qui altro che al Museo” – dice Urgurù spingendosi in apnea a toccare il fondo. Lui Urgurù è il capo tribù dei giganti sardi di Monti Prama che nell’ottavo secolo a.c. si affacciavano schierati sul mare del Sinis e di Cabras. “Questo mare mi fa passare tutti i dolori corporali” – dice Urgurù riemergendo con l’agilità di un delfino. Bustiana lo aspetta in piedi sul bagnasciuga. È nuda come la luna. I suoi fianchi sono cinti da una catenella sottile come una catenina da battesimo. Urgurù dal fondo ha ripescato una madreperla da portare a Bustiana. Urgurù la raggiunge, la solleva e la tiene tra le braccia. Si lasciano andare sulla sabbia. La catenella che tiene uniti i fianchi di Bustiana fa il suo gioco archeoerotico, sopra e sotto l’ombelico. “Potessi avere anche io un ombelico come il tuo” – dice Urgurù affidandole la madreperla ripescata durante il bagno. Bustiana punta il centro della pancia di Urgurù e gli stampa sopra un lungo bacio. “Eccoti l’ombelico, tesoro!” – dice lei soddisfatta dell’intervento di restauro integrativo. Urgurù è felice. È un ombelico perfetto, una nicchia al centro della sua pancia di arenaria nuragica. La notte fa il suo corso e così pure la luna. Ora sono le otto di mattina. I custodi trafficano per riaprire il museo al pubblico. Urgurù si risveglia, silenzioso. Si stropiccia gli occhi spiralati perché siano pronti a fissare lo sguardo dei primi visitatori. Ricorda il sogno per filo e per segno ma non ne farà parola con nessuno, a parte Bustiana. Nota. Nel corso del IV secolo a.c., i Cartaginesi abbattevano le statue giganti di Monti Prama, a Cabras. Le statue erano state decapitate, smembrate e interrate. Rimarranno sepolte fino al 1974 d.c., quando il terreno arato dai contadini le restituirà ai contemporanei. I Punici non potevano soffrire i sardi nuragici in carne ed ossa e neanche dipinti o scolpiti. Della Sardegna apprezzavano solo il piombo, lo zinco, l’argento, il sale, i muggini e la bottarga di Cabras. Ora Urgurù, per vendicarsi, medita di mettersi alla testa della sua brigata di giganti guerrieri per sbarcare a Cartagine e raderla al suolo. Bisognerà dirgli che l’aveva già fatto Publio Cornelio Scipione Emiliano detto Africano Minore nel 146 a.c. durante la terza guerra punica. Glie lo dirà Bustiana, l’unica in grado di intendersi con Urgurù.
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