Nel retablo più bello della città il ricordo di un mestiere scomparso: quello del ceroplasta [di Maria Laura Ferru]
Non è solo il ricordo preciso di un momento della storia cittadina particolarmente travagliata, quello custodito nelle immagini del retablo dei Beneficati conservato nel Museo del Duomo, ispirato chiaramente ai fatti di Cagliari iniziati nel 1552. E sarebbe già tanto, nel contesto di una storia dell’arte eccessivamente ligia a rigorose convenzioni ideologiche ed estetiche quale quella sarda del Cinquecento. In mancanza di data e di firma, l’opera può essere attribuita a Michele Cavaro sia per i rimandi estetici che per la compatibilità cronologica: il pittore ebbe conoscenza diretta di quei fatti, essendo in città nell’epoca in cui ebbero inizio e sviluppo. Ed anzi è possibile sospettare un suo coinvolgimento, anche solo di simpatia, per la fazione delle vittime perché il suo allontanamento da Cagliari alcuni anni dopo per ricoprire un incarico a Bosa presso lo zio vescovo, con un soggiorno durato cinque anni e mezzo, fa pensare più alla ricerca di un rifugio sicuro che a un volontario desiderio di cambiamento. Non sapremo mai se quello fu il prezzo pagato dall’artista per l’ amore di verità che guidò la sua mano a rappresentare il suo rifiuto della violenza con le immagini: sicuramente però sono evidenti la sua cura e la sua attenzione a rendere l’opera eccezionale e tale da imporsi nel ricordo dei posteri. L’ opera rivela infatti una maniera di dipingere talmente attenta ai dettagli e alla composizione inconsueta da rendere plausibile la ricerca di effetti scenografici studiati a tavolino. Soprattutto evidente la ricerca di effetti plastici oltre che di quelli pittorici. E sono soprattutto le tre teste della scena centrale che spingono a far sospettare la ricerca determinata e volontaria di tali effetti. Le tre teste sono in relazione precisa con varie opere di Raffaello: le teste dei due angeli reggicortina col dipinto di Raffaello La Scuola di Atene (la testa a destra coi capelli ricci all’indietro è chiara derivazione da un alunno di Euclide e l’altro ebbe a modello la controversa figura di Francesco Maria della Rovere), mentre la Madonna della Seggiola di Raffaello fornì lo spunto per la dolcissima Madonna dei Beneficati cagliaritani. Ma è sufficiente un confronto anche rapido per capire che i personaggi del retablo cagliaritano si impongono anche per una personalità artistica peculiare, proprio in virtù di altre scelte fatte dal pittore sardo. Quanto sappiamo della vita cagliaritana di Michele Cavaro antecedente alla partenza per Bosa permette di capire che in effetti era in grado, volendo, di ottenere effetti di tridimensionalità così marcati e rilevanti. Il pittore era all’epoca sposato in prime nozze con Caterina Broto appartenente alla famiglia dei Broto dei quali è documentata a Cagliari nella seconda metà del Cinquecento l’attività di campanari. Modellare la cera era perciò una necessità vitale per i Broto, la cui vena scultorea non può essere messa in discussione perché senza di essa non avrebbero potuto produrre campane decorate con figure a rilievo e con scritte, come vari atti notarili attestano e come la moda del momento richiedeva. Si può quindi perlomeno ipotizzare con ragionevolezza il coinvolgimento di Caterina Broto nella preparazione in cera delle teste, basandosi sui disegni che Michele Cavaro aveva preparato, in vista di un allestimento nel quale poi rientravano un trono ottenuto con un sedia rimasta nella tradizione spagnola come sillon frailero, tendaggi e stoffe dorate. Scena che il pittore poté fissare su tela con risultati ben diversi da quelli che avrebbe ottenuto se si fosse limitato alla semplice ricopiatura e coloritura delle stampe. Nel Rinascimento l’arte della ceroplastica fu molto praticata, per cui possiamo anche pensare che a Cagliari nel Cinquecento ci fosse produzione di ceroplastiche coi modi e coi soggetti propri dell’epoca: quadri, teatrini con scene religiose o di quotidianità, busti a carattere religioso e profano, statuette. Per la comodità del materiale, l’arte della ceroplastica rimase a lungo nelle abitudini di artisti e studiosi locali, giungendo sino al Novecento. *Esperta di ceramica sarda e perito in argenti antichi
|