pubblicato su www.vit obiolchini.it il 1/08/2015
San Francesco di Stampace, un gioiello medievale abbandonato da decenni nel cuore di Cagliari, in via Mameli, ad un passo dal Largo Carlo Felice. Doveva essere una chiesa molto bella, con i retabli della bottega dei Cavaro (ora conservati alla Pinacoteca nazionale alla Cittadella dei Musei) e quell’ambone da cui l’imperatore Carlo V, in visita a Cagliari nel 1535, seguì la messa (lo trovate nell’atrio della vicina chiesa di San Michele).
Della struttura religiosa duecentesca oggi resta un grande chiostro, con alcuni locali che negli anni sono stati caserma, sede di tipografia, magazzini, perfino sezione politica (dei sardisti), spazi ben restaurati nel 2003.Da qualche settimana a San Francesco di Stampace sono entrati nel vivo i lavori di recupero del complesso monumentale. Li sta portando avanti la Fondazione Scano-Lecca. Della Fondazione sulla rete non c’è traccia (quando è stata istituita? Da chi? Con quali finalità? Con quali risorse?) ma dei due titolari sì.
Marito e moglie, i sanluresi Carlo Luigi Scano e la moglie Francesca Lecca, sono titolari della società Colors, proprietaria del grande palazzo della Rinascente, acquistato nel 2001.Non a caso la Rinascente campeggia, a mo’ di stemma familiare, nel pannello esplicativo dell’intervento, che si fregia anche dello stemma della municipalità di Cagliari e del logo di “Capitale Italiana della cultura 2015”.Carlo Scano è un immobiliarista molto conosciuto in città. Aveva comprato e rivenduto la sede dell’ex Banca Commerciale (anche quella nel Largo). E poi è amico di Renato Soru e forse anche qualcosa di più, visto che fu l’ex presidente della Regione a convincerlo, tra le altre cose, ad imbarcarsi nella disastrosa avventura editoriale che prese il nome di Sardegna 24, e addirittura ad entrare nel consiglio di amministrazione dell’Unità.
L’iniziativa forse più ambiziosa che vede Scano protagonista è però quella relativa al recupero delle ex ferriere di Elmas.A San Francesco di Stampace per fortuna il business non c’entra nulla, c’è di mezzo una fondazione con un chiaro intento benefico: realizzare “gratuitamente per la città” (così si legge nel pannello) un museo di arte contemporanea laddove per decenni ci sono stati solo “ruderi”: bello. Ma poi nel progetto spuntano anche un bookshop (quindi una libreria, cioè un esercizio commerciale), una foresteria (cioè una specie di piccolo albergo, immaginiamo) e un ristorante (perché in zona non ce ne sono). Questo grazie a “nuovi volumi” (avete capito bene) che, come si legge in un articolo pubblicato un anno fa da CagliariPad verranno ricostruiti (“filologicamente”, dopo lo studio delle vecchie carte e delle tracce ancora presenti, assicurano i proponenti) al di sopra delle antiche strutture.
Domanda numero uno: poco più di un anno fa l’amministrazione cittadina di centrosinistra ha dato il via libera all’intervento, ma come ha potuto farlo se manca il piano particolareggiato del centro storico? La stessa domanda se la fece grosso modo il Gruppo di Intervento Giuridico. Ma io voglio essere più preciso, e cioè: com’è possibile che senza uno strumento di pianificazione urbanistica sia possibile immaginare non solo di intervenire in chiave conservativa su uno spazio così delicato ma addirittura di prevedere la costruzione di nuovi volumi?
Sempre nell’articolo di CagliarIpad fa si legge che la Soprintendenza ha dato il via libera al progetto, con un sì condizionato da alcune prescrizioni messe nero su bianco in sede di conferenza di servizi per il piano di recupero.Ora, domanda numero due: questi sono i due pannelli del cantiere, mi dite dov’è riportato il numero della autorizzazione rilasciata della Soprintendenza? Scusate, forse può sembrare una inezia ma io ricordo bene che cinque anni fa l’amministrazione del capoluogo (allora governato dal centrodestra) per favorire il complesso immobilizzare di piazza Santa Gilla del costruttore ed editore del gruppo Unione Sarda Sergio Zuncheddu, diede il via libera alla realizzazione di una rotonda tra viale Trento e viale Trieste, proprio a ridosso dell’antica colonna daziaria. Qualcuno fece qualche domanda, qualcun altro si mobilitò e così si scoprì che la soprintendenza alla fine non aveva autorizzato un bel niente e la rotonda non fu mai realizzata.
Per cui, dov’è il permesso con cui la soprintendenza autorizza l’intervento in una zona archeologica e peraltro dichiarata nel 1934 “monumento nazionale”, quindi iper vincolata e iper tutelata?Queste domande mi sono venute in mente dopo aver letto domenica scorsa sull’Unione Sarda (ma lo trovate anche su Sardegnasoprattutto) l’intervento di due intellettuali come l’archeologa Maria Antonietta Mongiu (ex assessore regionale alla cultura e oggi anche presidente regionale del Fai) e lo storico dell’arte Franco Masala, due esimi studiosi della città di Cagliari, eredi in questo loro impegno civile di giganti come Giovanni Lilliu e di Antonio Romagnino. Scrivono Mongiu e Masala: Nel 1985 i Francescani (…) diedero vita al Comitato S. Francesco di Stampace con la finalità di “tutelare le reliquie architettoniche del Monumento allo scopo di favorire la rinascita di un centro di cultura con museo delle opere d’arte già della Chiesa, e di Spiritualità con la presenza dei Frati Minori Conventuali là ove, per sei secoli, ha operato la comunità francescana di Cagliari”.
E ancora: Nel 2008 la Regione Sardegna stava per acquisire da un privato il chiostro e le sue pertinenze per realizzare finalmente quel progetto. Finita la XIII Legislatura quel percorso virtuoso fu interrotto ed un altro privato lo ha acquistato senza che ci sia stata nessuna richiesta di prelazione da parte di soggetti pubblici – Stato, Regione, Comune – come la legge ed il buon senso avrebbero richiesto.
Domande numero tre: perché le amministrazioni pubbliche non hanno esercitato il diritto di prelazione e lasciato che un privato acquistasse un monumento nazionale? Chi ha bloccato il processo in corso? Sempre CagliarIpad in un articolo uscito il 17 febbraio 2013, ci informava che sarebbero bastati meno di due milioni di euro per dar corso all’espropriazione del bene.
Domanda numero quattro: perché l’amministrazione Zedda ha lasciato cadere questa ipotesi? Non solo: nel progetto di cui il giornale dà conto due anni fa era chiara l’intenzione di realizzare, all’interno del complesso monumentale, anche una abitazione privata: questa ipotesi è confermata? (questa è la quinta domanda).
Gli studiosi continuano: Se ci fosse la volontà di una vera tutela del patrimonio culturale della città e della Sardegna la Regione sarebbe sempre in tempo ad interrompere quanto sta accadendo, ad acquisire lo spazio, ad attuare un restauro esclusivamente manuntetivo e, finalmente, a riportare i bellissimi retabli nel luogo che è stata loro casa fino a metà dell’Ottocento. Altre soluzioni, più o meno stravaganti e pasticciate, sono del tutto irrispettose dei luoghi e delle norme.
Domanda sei: siamo veramente ancora in tempo per interrompere quanto sta accadendo ed evitare che un monumento nazionale, con il pretesto di diventare un museo di arte contemporanea (gestito da chi? E con quali opere? Domande fuori dalla lista ufficiale delle domande, pura curiosità) sia oggetto di quella che a me sembra una evidente operazione commerciale?
Le norme, appunto: si stanno rispettando? (domanda sette) Il Comune di Cagliari non ha niente da dire, niente da chiedere alla luce di una denuncia precisa e circostanziata come quella fatta da Maria Antonietta Mongiu e Franco Masala? (domanda otto) E il Pd del segretario regionale Renato Soru, che della tutela dei beni identitari negli anni della sua presidenza ha fatto un cavallo di battaglia (e San Francesco di Stampace racconta sette secoli di storia cagliaritana) non ha niente da dire? (domanda nove).
Poi per carità, a vedere il rendering il progetto (realizzato dallo studio di Antonello Cabras) è anche molto bello.
Ma qui non stiamo parlando della volontà di un imprenditore illuminato di regalare alla città nientemeno che un museo ma della capacità delle istituzioni pubbliche di difendere senza alcun cedimento e in assoluta trasparenza un monumento importante per la storia di Cagliari e della Sardegna come San Francesco di Stampace.
Conclusione: l’appello di Mongiu e Masala non può restare inascoltato. C’è qualcuno che lo vuole raccogliere?
Domanda dieci. Fine delle domande. Per oggi.
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” In questo chiostro vi esistevano altre nove cappelle ornate di altrettante tavole dello stesso carattere e scuola; ma furono tolte e distrutte per la poca curanza. L’ intelligente nell’ osservare questi dipinti che vi sono rimasti, non può fare a meno che uscirne col cuore stretto per il modo indegno con cui sono tenuti. Negli anni scorsi vi fu uno dei frati il quale si prendeva la barbara curiosità di cavare gli occhi con un chiodo ai Santi, ed oggi si vedono così guasti. Si dice che fosse affetto da pazzia, e che non potesse soffrire lo sguardo vivo di quegli espressivi volti, allorchè passando li guardava. ”
Di questo e di altro nel 1861 l’ insigne studioso Canonico Giovanni Spano nelle quasi diciotto pagine di descrizione della Chiesa e del Chiostro con cappelle di S. Francesco di Stampace scrive, e severamente aggiunge :
” Lasciando di registrare il nome di quel fanatico frate, che in altri tempi avrebbe meritato la pena del talione, ci contentiamo di vendicare l’ ingiuria fatta a questi capi d’ opera con averne fatto la descrizione. ”
Per non ” cavare gli occhi ” a questi grandi studiosi- intellettuali del passato ed anche del presente, che severamente continuano a guardarci, alla fine della storia un Museo di Arte contemporanea ed un Museo di Arte antica di Chiesa e di Convento rimasti, non potrebbero stare bene e non confusamente Insieme ?
Sembra bello ed impossibile…
Sembra facile…